Il libro rosso di Carl Jung – viaggio di un uomo in cerca della sua anima

 

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“A confronto con l’inconscio”


Del contenuto del Libro Rosso di Carl Jung, prima della pubblicazione, si è saputo a sufficienza a partire dall’importante capitolo VI dell’autobiografia Ricordi sogni riflessioni, titolato significativamente ‘A confronto con l’inconscio’.
In una delle sue ultime interviste Jung parlando del libro “Sette sermoni ad mortum” aveva detto:
Gli anni … in cui ho seguito le immagini interiori sono stati il momento più importante della mia vita. Tutto il resto è derivato da questo. È iniziato in quel momento, ed i dettagli seguenti quasi non hanno più importanza. Tutta la mia vita è consistita nell’elaborazione di quello che era scaturito dall’inconscio e mi aveva inondato come una corrente enigmatica e aveva minacciato di travolgermi. Questo era materiale per più di una sola vita. Tutto quello che è venuto dopo è stata solo la classificazione esterna, l’elaborazione scientifica, e l’integrazione nella vita. Ma l’inizio numinoso che conteneva tutto, fu allora.”

                                             La prima pagina del Libro Rosso di Carl Jung
Per decenni il Libro Rosso è stato avvolto nel mistero. Si pensava che ne esistesse solo una copia, custodita in una banca svizzera dagli eredi di Jung. Invece pochissime copie del libro, che Jung stesso aveva distribuito ai suoi collaboratori più intimi, erano già in circolazione. Uno storico di nome Sonu Shamdasani ne aveva trovato alcune parti, le aveva studiate e dopo 3 anni di contrattazioni con gli eredi di Jung era riuscito a convincere la famiglia a permettergli l’accesso all’originale per tradurlo e pubblicarlo.
Così, circa 50 anni dopo la morte di Jung avvenuta nel 1961, il Libro Rosso è stato finalmente pubblicato. Si è potuto costatare che “I sette sermoni ai morti” costituivano in realtà la parte finale del manoscritto originale. In aggiunta il libro rosso includeva dopo ciascun sermone una omelia di Filemone, lo spirito guida di Jung.
Agli inizi della sua carriera Jung era amico e allievo di Sigmund Freud. Nei confronti del suo maestro nutriva un senso di reverenza pur non condividendo tutte le sue idee. Nel 1912 il libro di Jung “Psicologia dell’Inconscio” era stata la causa scatenante della rottura del loro rapporto, in quanto in esso Jung praticamente definiva le teorie di Freud incomplete e ne prendeva le distanze. Questa rottura con quello che tuttavia aveva ritenuto un solido punto di riferimento nella sua carriera e l’ostilità dei seguaci di Freud a cui fu sottoposto lasciò Jung incerto sul suo futuro e lo portò verso un momento di depressione. Cominciò a ritirarsi in una sorta di meditazione a cui si dedicava tutte le sere, dopo aver vissuto una normale giornata con i suoi pazienti e con la sua famiglia. Sperimentava stati di coscienza inusuali paragonabili a quelli ottenuti tramite meditazione sciamanica o uso di mescalina, con l’utilizzo di uno specifico metodo di esplorazione psicologica, detto “immaginazione attiva” che gli permetteva di “andare alla base dei processi interiori”, “tradurre le emozioni in immagini” e “cogliere le fantasie che sollecitavano dal sottosuolo”… Annotava le sue visioni in un diario, i sette libri neri. Presto cominciò a trascrivere il contenuto dei diari, dopo averlo aggiornato, nel Liber Novus. Lo copiò in scrittura calligrafica, come i manoscritti medioevali, dotandolo di 60 splendide illustrazioni da lui stesso dipinte. Poiché era rilegato in pelle rossa Jung stesso lo chiamava comunemente il libro rosso.


Tutto cominciò nel 1913. Jung stava compiendo un viaggio in treno verso Schaffhausen, quando ebbe la visione di una terribile alluvione che inondava l’Europa con macerie galleggianti e migliaia di morti.
Ebbe inizio così la serie di 12 fantasie di premonizioni che fecero temere a Jung, che in un primo momento non riusciva a comprenderle, di essere minacciato da una psicosi.
Le visioni sono scene di sangue e devastazione:
Un mare di sangue che inonda il mare del Nord. L’eroe Sigfriedo che galleggia morto su un’acqua nera, il piede di un gigante enorme cammina su una città con massacri di inaudita crudeltà, un mare di sangue con una sterminata processione di morti, la sua Anima sorge davanti a lui e gli chiede se accetterà guerra e distruzione, gli mostra immagini di devastazione, armi da guerra, resti umani, navi affondate, nazioni distrutte…una voce dice che ovunque muoiono vittime sacrificali
Nel giugno-luglio del 1914 infine i tre sogni in cui si vede in un paese straniero ma deve tornare rapidamente a casa perché sta per arrivare un’ondata di freddo glaciale.
Il 1 agosto 1914 scoppia la prima guerra mondiale e Jung capisce che non si trattava di una psicosi ma era penetrato in una dimensione inconscia che coincideva con quella di tutta l’umanità. Capì che non era schizofrenico ma che, alcuni mesi prima, aveva avuto una profezia. Quello che aveva sognato non si riferiva a lui ma all’Europa. I contenuti erano stati così pesanti e dolorosi che aveva temuto di impazzire. Si chiese allora quale rapporto ci fosse tra la sua psiche personale e quella collettiva, una relazione totalmente sconosciuta dalla psicologia del tempo.
Proprio queste visioni avevano spinto Jung ad analizzare se stesso tramite un diario. Non avrebbe potuto aiutare i suoi pazienti, pensava, se fosse stato egli stesso psicotico. Allo stesso tempo la capacità di condurre una vita sociale normale, con la sua famiglia e con il suo lavoro, lo confortava dal suo timore di impazzire.

Il viaggio interiore durò intensamente dal 1913 al 1917 ma il lavoro sul libro rosso continuò fino al 1930. Sebbene avesse deciso di non pubblicarlo mentre era in vita, Jung si aspettava che un giorno fosse letto da altri. Infatti scrive: ”Ho lavorato su questo libro per 16 anni. Venire a conoscenza dell’alchimia nel 1930 mi ha portato lontano da esso. L’inizio della fine arrivò nel 1928, quando Guglielmo mi ha inviato il testo del “Fiore d’Oro”, un trattato alchemico. Lì i contenuti di questo libro trovarono la loro attualizzazione e non potevo più continuare a lavorarci sopra. Per l’osservatore superficiale, appare come follia…”
È una esperienza che ricorda fortemente un viaggio psichedelico o un’odissea in cui il protagonista incontra strani personaggi che gli lasciano ognuno una verità.


Jung dice di “aver perso la sua anima”. Sentiva che poteva riconnettersi con lei solo immergendosi nel suo mondo interiore. Con questo viaggio sperava dunque di entrare in una conversazione con la sua anima, “lo spirito delle profondità”.
Jung esplora il collegamento tra il personale e il transpersonale, si confronta con forze profonde del suo inconscio personificate in personaggi immaginari e mitologici ma non perde mai di vista la convinzione che il suo è il viaggio di uno scienziato, perché comprendere le sue stesse visioni e i suoi simboli sarebbe stato fondamentale per lui per formulare una nuova forma di psicoterapia.
Il “Liber Primus”, la prima parte del Libro Rosso, è formato da un Prologo e undici capitoli, tra cui “Ritrovare l’Anima” e “Esperienze nel deserto”. La prima iniziale è una D che sta per Der Weg (la via), impreziosita da una pentola di fuoco e un serpente nero che indossa una corona, circondato dalla scena di un lago, una grande città con la chiesa, e lo sfondo delle montagne contro un cielo azzurro.
“Sulla via di quel che ha da venire” è il titolo della prima sezione del Liber Primus. Jung parla “nello spirito del tempo”. Ogni era ha uno spirito del tempo, uno Zeitgeist, espressione in lingua tedesca che indica la tendenza culturale predominante in una data epoca, che forma la nostra mente razionale, la moralità e i valori. È il nostro Io, che appunto si adegua al momento storico.
“Se parlo dello spirito di questo tempo, devo dire: Nessuno e nulla possono giustificare quello che devo annunciarvi. Qualsiasi giustificazione mi è superflua, perché non ho scelta, ma devo farlo. Ho imparato che, oltre allo spirito di questo tempo, è all’opera anche un altro spirito, e cioè quello che governa la profondità di ogni presente. Lo spirito di questo tempo vorrebbe sentire di cose utili e che valgono. Anch’io la pensavo in questo modo e la mia parte umana continua pur sempre a pensarla così. Ma quell’altro spirito mi costringe comunque a parlare, al di là di ogni giustificazione, utilità e senso. Ricolmo di umana fierezza e accecato dallo spirito presuntuoso di questo tempo, a lungo ho cercato di tenere lontano da me quell’altro spirito. Ma non consideravo che lo spirito del profondo da tempo immemorabile e per ogni avvenire, possiede un potere più grande dello spirito di questo tempo … Lo spirito del profondo ha sottomesso al potere del giudizio ogni fierezza e ogni arroganza. Mi ha tolto la fede nella scienza, mi ha derubato della gioia di spiegare e ordinare le cose, e ha lasciato morire in me la devozione agli ideali di questo tempo. Mi ha costretto verso le cose più basse e più semplici.”
Al di là della esteriorità dell’Io, o dello spirito del tempo, Jung è venuto in contatto con uno “spirito delle profondità”. È uno spirito che possiede un potere ben più grande di quello del tempo, pauroso ma inebriante. Una forza irrazionale potente che può portare un uomo verso la pazzia se ne viene posseduto totalmente. Ma questo spirito delle profondità è anche l’origine della grandezza e divinità dell’uomo e della sua ispirazione.
”Uno serve lo spirito del tempo” dice Jung” e crede di poter fuggire lo spirito delle profondità. Ma il profondo non esita e lo condurrà dentro il mistero di Cristo. Fa parte del mistero, che l’uomo non è redento attraverso l’eroe, ma diviene un Cristo egli stesso…”


L’eroe Siegfried, che impersona l’Io, deve essere ucciso altrimenti la vera essenza dell’uomo non può essere trovata. L’Io ci impedisce di trascendere lo spirito del tempo per trovare una forma dell’essere più alta. Infatti nel disegno dell’eroe Siegfried nel sentiero tra le montagne Jung e i suoi compagni con la pelle scura sparano all’eroe e lo uccidono.
All’inizio del suo viaggio interiore Jung vive una battaglia per liberarsi dalle trappole dello “spirito del tempo”, nel quale vive la sua mente. Volontariamente, di proposito, Jung procede ad una attenta destrutturazione della sua psiche, e più avanti nell’incontro con Filemone, si divide in saggio e allievo e getta via i suoi preconcetti e condizionamenti.
Jung si avventura nel deserto e qui rimane per 25 notti, per incontrare la sua anima che subito lo rimprovera della sua impazienza. Per tutto il suo viaggio nel deserto Jung dibatte sullo spirito del tempo ed analizza anche la necessità di non abbandonarlo mai del tutto, perché questo potrebbe portare alla reale pazzia.
Jung enfatizza invece l’importanza della pazzia divina, e della capacità di cavalcare il confine tra pazzia e sanità.
Ma ogni pensiero eretico che lo pone al di fuori dello spirito del tempo spaventa lo psichiatra che quasi ha paura, come sempre da bambino e da giovane studente, di essere considerato poco credibile e di essere incompreso, o considerato pazzo. Tuttavia il desiderio di trovare la sua dimensione, qualcosa di più profondo che va oltre lo spirito del tempo, è più forte della paura e Jung non si ferma. Non esita, sapendo di mettere a rischio la sua carriera ormai consolidata.


Un altro momento importante del viaggio di Jung è l’incontro con Elia e la figlia cieca Salomè.
Quest’ultima, principessa giudaica, figlia di Erodiade e di Erode Filippo I, protagonista di un episodio narrato nel Vangelo di Marco e nel Vangelo di Matteo, dove viene narrata la storia di lei e di Giovanni Battista, aveva catturato la fantasia degli artisti del tempo. La sua danza dei sette veli anticipò la danza moderna e lo strip tease. La principessa è la protagonista dell’opera Salomè di Oscar Wilde, la cui interpretazione era stata affidata all’attrice Sarah Bernhardt, una delle donne più amate e desiderate del tempo. L’attrice comunque rifiutò la parte a causa dello scandalo che aveva travolto Oscar Wilde. Dal dramma di Wilde fu tratto il libretto dell’opera omonima, musicata da Richard Strauss nel 1905.
Salomè rappresentava dunque l’erotismo.
Il profeta Elia dichiara ad Jung che Salomè è cieca ed è sua figlia. Jung gli chiede quale miracolo ha unito insieme la saggezza e l’erotismo. “Non c’è nessun miracolo. “afferma Elia “È sempre stato così. La mia saggezza e mia figlia sono una cosa sola. “
Jung è scioccato. “Non sono capace di capirlo” Con questo Mysterium si conclude il primo libro.

Il “Liber Secundus” è più vario. Le strette colonne di testo lasciano il posto ad una calligrafia più grande e a immagini più grandi. Ha 21 capitoli e comincia con un’altra grande D che sta per “Die Bilder” (le immagini) e racchiude un occhio con una pupilla rossa contro un disegno geometrico di colori.
Le immagini, come il testo del “Liber Secundus,” coprono una vasta gamma di stili e stati d’animo. Comprendono miniature, disegni, evocazioni di sogni che portano alla mente il lavoro di William Blake, paesaggi a tempera con simboli e figure rese con dovizia di particolari, e mandala. Altre immagini ricordano invece i mosaici ravennati che avevano colpito Jung, altri ricordano l’arte psichedelica.
All’inizio del Liber Secundus Jung incontra il ”Rosso”, il diavolo, la gioia.
…” Vedendo che il diavolo è gioia, sicuramente avrei voluto fare un patto con lui. Ma non si può fare nessun patto con la gioia, perché scompare immediatamente. Di conseguenza non è possibile catturare nemmeno il diavolo. Sì, appartiene alla sua essenza che non può essere catturato. È stupido, se si lascia catturare, e non si guadagna nulla nell’avere un altro stupido diavolo. Il diavolo cerca sempre di segare il ramo su cui si sta seduti. Questo è utile e vi protegge dal cadere addormentati e dai vizi che ne conseguono. Il diavolo è un elemento malvagio. Ma la gioia? Se la insegui, vedi che anche la gioia contiene il male, perché poi si arriva al piacere e dal piacere si va dritto all’inferno, il tuo proprio inferno particolare, che si rivela in modo diverso per ciascuno. …”
Poi viene il “castello nella foresta”.
Questa volta Jung è solo in una foresta oscura dove si perde. In un castello medioevale incontra un vecchio erudito che gli offre una stanza per la notte. Qui a notte fonda riceve la visita della bella figlia dell’erudito, che gli dice che da tanto tempo sta aspettando qualcuno che la liberi. Jung si lamenta di come tutta la storia sembri un cliché, ma la ragazza lo sorprende dicendogli che lei è una persona reale e chiunque la visiti pensa che sia solo un cliché dell’immaginazione. Essere presa in considerazione è l’unica cosa che la può liberare. Preso da pietà Jung dice di crederle e entrambi si sentono liberati.
Poi incontra l’antico monaco cristiano Ammonio, solo nel deserto siriaco, mentre studia la Parola di Dio.
Queste sezioni del libro secondo vedono Jung controbattersi con il mistero umano del “desiderio” e del ”pensiero”, cuore e testa, ragione e sentimento, eros e logos.


La sezione centrale del libro secondo ci parla invece di Izdubar e la rigenerazione di Dio.
Jung lo incontra in una fantasia e gli parla delle sue conoscenze e della scienza. Izdubar si sente avvelenato nell’apprendere che non potrà mai ottenere l’immortalità. Izdubar si chiede se esistano due verità. Si, risponde Jung, la sua verità viene dall’esterno, mentre la verità di Izdubar dall’interno. Jung dice anche che la scienza ha tolto la fede negli dei e che egli non può sopportarlo, per questo è andato verso l’Est, per trovare la luce perduta.
Andando avanti, le cose diventano oscure e caotiche. È l’Inferno. Le immagini acquistano sempre più un potere archetipale, Jung si confronta con l’occhio del male, e il mistero più profondo della natura umana. Questa è la parte più oscura e la più importante per capire il concetto di Ombra e degli opposti che si incontrano all’interno dell’immagine divina.
La figura di Elia alla fine evolve in quella di Filemone che ricopre un ruolo centrale nella parte finale del libro secondo. Filemone appare in sogno a Jung, e sarà molto importante nella sua evoluzione , come uno spirito guida.
“C’era un cielo azzurro, che sembrava un mare, non coperto da nubi ma da zolle di terra bruna. Sembrava che le zolle si allontanassero l’una dall’altra e lasciassero scorgere l’acqua azzurra del mare. Quest’acqua era però il cielo azzurro. Improvvisamente, dalla destra giungeva, librandosi nell’aria, un essere alato. Era un vecchio con le corna taurine. Portava un mazzo di quattro chiavi, tenendone una come fosse sul punto di aprire una serratura. Era alato, e le sue ali erano quelle di un martin pescatore, con i suoi caratteristici colori. Non riuscendo a capire questa immagine, la dipinsi”.
Il mattino seguente al sogno, Jung trovò sulla sua terrazza sul lago un martin pescatore morto, uccello che in genere non si trova sul lago di Zurigo. Jung dipinse Filemone sul suo diario.


Filemone è la saggezza interiore più alta. Quando parla, appare come esterno a Jung, come portatore di una verità che Jung non possiede e dunque lo sorprende. Egli insegna a Jung la realtà dell’anima. Gli dice: “Ti comporti con i pensieri come fossi tu a produrli, invece i pensieri sono dotati di vita propria, come animali nella foresta, o uomini in una stanza o uccelli nell’aria“.
Filemone sarà la guida dell’esplorazione dell’inconscio, il guru necessario per la nuova tappa del cammino spirituale. È un tramite tra due dimensioni, ma Jung lo sente reale come una persona vera e gli parla come si può parlare a un maestro in carne ed ossa, ricevendone conoscenze ermetiche, fatte di simboli o enigmi.
Tramite lui, Jung intuisce l’esistenza di una grande energia universale, una psiche cosmica.
Quindici anni dopo la comparsa di Filemone, Jung ricevette la visita di un indiano colto e spirituale, amico di Gandhi, che gli spiegò che in India era molto importante il rapporto educativo tra guru (maestro) e chelah (allievo). “La maggior parte degli uomini,” gli disse il visitatore indiano,” ha maestri viventi ma c’è sempre qualcuno che ha per maestro una energia pura”.


Il “Liber Secundus” è seguito da “Prove”, una riconsiderazione e revisione del materiale che lo precede, e una serie di mandala che Jung originariamente aveva abbozzati nei diari durante il servizio militare nell’esercito svizzero e poi rielaborati per il “libro rosso “.
È il momento delle considerazioni. Jung riflette che ha cominciato l’intero viaggio perché non riusciva più a vivere con se stesso. La persona che era diventata gli era insopportabile e doveva ritornare ad una specie di “medioevo” per trasformarsi in qualcuno con cui sarebbe potuto vivere. Aveva bisogno di scendere nell’inferno e trasformarsi. Egli critica molto il suo Ego e ne mette in luce i difetti, le miserie e le malvagità. L’Io è rimasto barbaro come ai tempi del Medioevo.
Alla fine troviamo “I sette sermoni ai Morti”, l’unica parte del libro rosso che Jung aveva pubblicato durante la sua vita.
Filemone ora predica i suoi sette sermoni ai morti che visita ogni notte. Egli fornisce insegnamenti gnostici che comprendono l’importanza di incorporare la sessualità con la spiritualità. Alla fine del suo insegnamento, appare Gesù e Filemone sottolinea a Jung che deve sacrificarsi per il proprio percorso di individuazione, come Gesù ha fatto per il suo, che è il corretto modo di interpretare e seguire il messaggio di Gesù . Poi Jung visita Filemone nel suo giardino e scopre che anche Gesù è arrivato come uno degli ospiti di Filemone. Questi nell’accogliere Gesù gli dice che il suo fratello (Satana) è già lì, Jung osserva che i due hanno molto in comune con il serpente e sono inseparabili. Filemone dice di aver bisogno di Gesù nel suo giardino e gli chiede quale dono gli ha portato. Gesù risponde, “la bellezza della sofferenza e del sacrificio” .

Se accetto il più basso in me, io getto un seme nel terreno dell’Inferno. Il seme è invisibilmente piccolo, ma l’albero della mia vita cresce da esso e congiunge il Basso con l’Alto. Su entrambe le estremità ci sono il fuoco e braci ardenti. Sopra è ardente e Sotto è ardente. Tra i fuochi insopportabili cresce la vostra vita. State tra questi due poli. … Abbiamo così paura della nostra bassezza, dal momento che ciò che non si possiede è per sempre unito al caos e prende parte al suo misterioso flusso e riflusso. Nella misura in cui accetto il più basso in me – proprio quel sole rosso incandescente delle profondità – e quindi sono vittime della confusione del caos, lo splendente sole sorge ancora in alto. Perciò colui che lotta per il più alto trova il più profondo.

Non è una coincidenza che il viaggio interiore di Jung sia cominciato con lo scoppio della prima guerra mondiale. L’esperienza di Jung non è solo personale, di un uomo che ha perso la sua anima. L’umanità ha perso la sua anima e le guerre spaventose dell’ultimo secolo non hanno fatto altro che confermarlo.
Non possiamo negare la nostra dualità, il male che vive dentro di noi. Possiamo solo conoscerlo e possederlo. Ognuno di noi avrebbe bisogno di compiere il suo personale viaggio e confrontarsi con l’inconscio. Facciamo tesoro di questo prezioso dono di conoscenza che Carl Jung ha voluto donarci. La sua personale esperienza ci sia d’aiuto per affrontare il futuro in un modo diverso.


Alexia Meli

autrice del libro La ricerca di se stessi
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