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Davanti alla tomba di Sigmund Freud

 

Golders_green_CrematoriumFreud's urn

Al mio arrivo al Golders Green Crematorium ho subito l’impressione di essere in procinto di vivere l’esperienza più importante del mio attuale viaggio a Londra. Non sono mai stata in un crematorio prima d’ora e quello che mi colpisce immediatamente  è la sensazione di essere investita dal silenzio e dalla pace. Davanti a me si estende un campo verde, in cui qua e là fanno capolino dei fiori colorati. Arriva un’auto funebre e il suo seguito di parenti. Ho quasi paura di turbare con la mia estraneità un momento per loro così intimo, perciò inizio a vagare, guardando una per una tutte le lapidi dei defunti sulle pareti, alla ricerca della sua. L’avrei riconosciuta comunque perché già su internet l’avevo vista e rivista. Tante persone , tante urne  ma di Sigmund Freud neanche l’ombra. Alla fine mi decido a chiedere in ufficio. Mi dicono che si trova in una saletta chiusa e mandano a chiamare una persona per mostrarmela. E così mi trovo davanti un simpaticissimo e cordialissimo custode, di una certa età avrei detto dall’aspetto, ma che di certo ne dimostrava molti di meno nello spirito. Eric Wallis apre la porta e il cuore mi salta in gola. Eccola la colonna in legno su cui è posata l’urna greca, dono di Marie Bonaparte, nella quale riposano le ceneri di Sigmund Freud. Sulla colonna il suo nome e quello della moglie Martha. Accanto, sul muro, i figli e le figlie.

L’emozione è forte. Il simpatico e gentilissimo Eric parla, e nonostante il mio inglese vacillante io capisco gran parte di quel che dice, e mi spiega della sua famiglia, di Anna, della sua casa ora diventata museo. Ci sono dei libri dedicati a Freud per terra, ed Eric me li mostra insieme a documenti  che parlano di lui e della sua famiglia. Il giorno della sua morte, la firma del medico che ne constatò la morte e così via. Soprassiede su quel foglio dove c’è scritto Freud the king of cocaine. Mi dice di aver incontrato la sua famiglia e mi mostra scritto da qualche parte il suo nome. Purtroppo non ricordo più a cosa avesse partecipato, se un film o un libro o cos’altro. Mi mostra le monetine che hanno lasciato visitatori da tutto  il mondo e io aggiungo i miei due centesimi di euro italiani. “Mr.Freud riceve molti visitatori ogni anno!” dice con soddisfazione mostrando le monetine. Sono contenta. Ricordo l’intervista che Freud aveva rilasciato alla BBC, in cui nella voce si intuiva l’amarezza per essersi sentito incompreso tutta la vita nonostante il suo grosso  contributo all’umanità, la psicoanalisi.  Almeno dopo la morte non è stato dimenticato.

Eric mi chiede cosa rappresenta Freud per me, perché sono venuto a trovarlo, e lì, con mio stesso stupore, gli rispondo: “E’ come un papà”. Cosa volevo dire? Il transfert? Certo,  il transfert. Lui è il papà che mi capisce. Lui sì che mi capisce…e certo, lui ne aveva capiti tanti e tante…lui ci andava dentro nelle cose…

“Mi inspira” aggiungo.

“Tu vuoi essere una psicologa?” chiede Eric.

“Si.”

Eric mi fissa e il suo sguardo mi giunge nel più profondo. Ho l’impressione che in pochi secondi capisca di me più di quanto io sappia di me stessa. Ha una comprensione semplice, intuitiva, amorevole. Mi dice che se voglio posso accarezzare l’urna, anzi accarezzarla come se fosse il mio papà, e a questo punto sento che sto per piangere. Thank you, Eric. Con grande discrezione si siede dietro di me lasciandomi sola con “papà” Freud.

Grazie Freud, grazie di essere esistito, perché senza di te sarei stata una psicopatica, invece sono una persona quasi normale. Io lo amo, lo capisco e lo apprezzo. Leggere qualcosa dei suoi libri è come essere attraversati da una luce che squarcia il buio dell’ignoranza e ogni volta mi viene svelata qualcosa di me stessa. Sempre più nel profondo, più in fondo, più in fondo fino al centro dell’essere… Quello che avviene solo a contatto con i grandi.

Ringrazio, e chiedo aiuto e soprattutto forza. Il transfert è totale. L’ho divinizzato, lo so, ma cosa mi importa? Mi sento come riempita  e mi volto a cercare Eric. Lui mi chiede di abbracciarlo.

Il momento si rivela magico. Non capisco, perché la ragione non capisce, ma sono piacevolmente in balia di forze amorevoli. Da un lato “papà” Freud mi protegge, mi capisce e mi da forza. Le mie difese sono abbassate. Cosa mi spinge a lasciarmi stringere tra le braccia di uno sconosciuto di fronte alla tomba di Sigmund Freud? In quel momento tutto è semplice, autentico, intuitivo. Non c’è bisogno di logica, ma di amore. Eric lo sa, e il suo abbraccio mi trasmette più di migliaia di parole.  Ci sorridiamo quando ci stacchiamo. Ho l’impressione che provi “compassione” per me. Forse ha capito che sono semplicemente alla ricerca di un papà. Ci abbracciamo ancora, prima di uscire dall’ampio portone dove sta entrando un’altra auto funebre, e mi saluta con un caldo ciao. Ciao Eric, ringrazio anche te per questo momento di grande amore semplice e gratuito. E ringrazio anche Londra, che non smette mai di sorprendermi.

Alexia Meli

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English version

When I arrived to Golders Green Crematorium I soon got the impression of being about to experience the most important moment of my current trip to London. I’ve never been in a crematorium before, and the things which strike me immediately are silence and peace. Before me lies a green field, in which here and there colorful flowers peep out.

A funeral car is coming with the relatives which follow. I’m almost afraid to disturb such an intimate moment with my strangeness, so I start wandering, one by one looking at the gravestones  on the walls, in search of his. I would have recognized it anyway, because I had already seen it on the internet. So many people, so many urns, but not even the shadow of Sigmund Freud. Finally  I decide to ask the office personnel.

They tell me that it is inside a locked room and they call a person to show it. And so I meet a  nice and friendly caretaker, of a certain age I would have said from his appearance, but that certainly looked like much more young  in the spirit. Eric Wallis opens the door and my heart jumps into my throat. Here is the wooden column on which is placed the Grecian urn, a gift from Marie Bonaparte, in which lie the ashes of Sigmund Freud. On the column his name and the one of his wife Martha. Next to it, on the wall, their sons and daughters.

The emotion is strong. The nice and friendly Eric speaks, and despite my uncertain English I can understand much of what he says, and he tells me of Freud’s family, Anna, their home now  museum. There are books devoted to Freud on the floor, and Eric shows them to me along with documents about Freud and his family. About the day of his death, the signature of the doctor who ascertained his death and so on. He  though defers on the sheet where it is written: Freud the king of cocaine.

He tells me that he had met his family and show me something where his name is written. Unfortunately I do not remember what he had taken part in, if a movie or a book or whatever. He shows me the coins that visitors from all over the world have left and I add my small coin, two cents of Italian euro. “Mr.Freud receives many visitors every year!”he says with satisfaction showing the coins. I’m glad.

I remember the interview to Freud made by the BBC, in which his voice revealed the bitterness he felt  for being misunderstood throughout his life despite his great contribution to humanity, psychoanalysis. At least, after his death he has not been forgotten.

Eric asks me what Freud is to me, why I came to see him, and there, to my own amazement, I reply: ” He’s like a dad for me.” What do I mean? Transference? Of course, the transference. He is the father who understands me. He does understand me … and yes of course, he had understood many men and women … he would go  inside things deeply …

“He inspires me,” I add.

“You want to be a psychologist?” Eric asks.

“Yes, I do.”

Eric stares at me and his eyes reach me into the deepest. I got the impression that in a few seconds he has succeeded in understanding me more than how I know myself. He has a simple, intuitive, loving understanding. He tells me that if I want I can caress the urn, rather stroke it as if he was my dad, and at this point I feel that I’m about to cry. Thank you, Eric. With great discretion he sits behind me, leaving me alone with “dad” Freud.

Thanks Mr. Freud, thanks for being existed, because without you I would have been a psychopath, instead I am almost a normal person. I love, understand and appreciate him. Reading something of his books is like being crossed by a light that pierces the darkness of ignorance and every time something of myself  is revealed to me. Deeper and deeper, deeper, deeper into the center of being … Which only happens in contact with the great personalities.

I thank, and I ask  him for help, and above all strength. The transference is complete. I deified him, I know, but should I care? I feel as filled and I turn to look at Eric. He asks me to hug him.

The moment turned magic. I do not understand, because reason does not understand, but I am nicely at the mercy of lovely  forces. On the one hand “daddy” Freud protects me, understands me and gives me strength. My defenses are lowered. What prompts me to let me tighten in the arms of a stranger in front of the tomb of Sigmund Freud? Anyway, everything is simple, authentic, intuitive.

There is no need for logic, but for love. Eric knows it, and his embrace gives me more than thousands of words do. We smile each other when we separate. I get the impression  he feels “compassion” for me. Maybe he realized that I am just looking for a daddy. We hug again, before I go away through the large door where another funeral car is entering, and greets me with a warm ciao. Ciao Eric, I also thank you for this moment of great love, simple and free. And I also thank London, which never ceases to amaze me.

Alexia Meli

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