Paradosso di Easterlin: siamo veramente più felici?

happiness-curvaLa felicità dipende dal benessere?

Secondo il prof. Chater dell’Università di Warwick diversi esperimenti compiuti nel campo della percezione umana dimostrano chiaramente che  tutto è relativo nella percezione, nell’azione, scelta e decisione degli esseri umani e che la stabilità, la personalità e la coerenza di un individuo sono solo un’illusione. Anche i nostri ricordi possono venire “ricordati” in modo diverso negli anni interpretandoli a seconda delle circostanze del momento.

La nostra mente non conosce niente di assoluto ma “giudica” la realtà esterna e sceglie il comportamento da seguire in base a continui paragoni ed è pure facilmente influenzabile dalle scelte dei propri simili.

Per esempio noi non sappiamo esattamente quanto siano pesanti, alti, o distanti gran parte degli oggetti in sé, come pure sappiamo molto poco sul funzionamento della maggior parte dei macchinari, e anche percepiamo una porzione di realtà per volta, senza avere assolutamente idea di quanto avviene fuori dalla porzione di realtà che sottoponiamo all’attenzione in quel dato momento. Non sappiamo nemmeno quanto le cose siano piacevoli o dolorose in assoluto. Infine, non prendiamo decisioni isolate, ogni scelta che facciamo deve essere in linea con le altre cose che abbiamo fatto in passato e potremmo fare in futuro e con quello che fanno gli altri.

Tra l’altro, non sappiamo esattamente cosa sia la felicità, perché anche questa è relativa.

Il paradosso definito nel 1975 dall’economista Richard Easterlin è solo uno degli esempi della relatività della mente, e conferma che la ricchezza non garantisce la felicità.

Secondo Easterlin, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta fino ad un certo punto, poi comincia a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata.

I dati raccolti dall’economista si basavano su auto-valutazioni soggettive della felicità (in cui gli intervistati rispondevano alla domanda: “Nell’insieme, ti consideri molto felice, abbastanza felice, o non molto felice?”)

Forse senza sorpresa, le risposte non evidenziavano una correlazione significativa tra reddito nazionale (PNL) e felicità, per cui i Paesi più poveri non risultavano essere significativamente meno felici di quelli più ricchi; inciderebbero molto di più la tutela dei diritti umani e la maggiore democrazia e le migliori condizioni della sanità. All’interno di un singolo Paese e in un dato momento non era significativa neanche la relazione tra reddito personale e felicità, e neanche  sembrava corrispondesse un aumento di felicità all’aumento del reddito.

Cioè sembra che all’interno di una nazione, essere ricchi non renda più felici. Essere molto ricco non rende molto più felice di essere moderatamente ricco. Anche se dalla seconda guerra mondiale ad oggi ci sono stati notevoli miglioramenti nel benessere, e il benessere è uno dei fattori a cui comunque si associa la felicità, il senso di felicità delle persone non si è accresciuto più di tanto.

La presente formula  F = f(I,R)

in cui F= felicità, I= reddito, R= relazioni sociali considera  la felicità come una funzione del reddito individuale e dei beni relazionali.

Se è vero che l’aumento del reddito fino a un certo punto contribuisce alla felicità, dopo aver superato una certa soglia l’impegno per aumentare il reddito incide negativamente sulla qualità e quantità delle relazioni personali e sociali.

Questo paradosso dimostra che l’aumento del PIL, soprattutto negli Stati Uniti dove il paradigma del consumismo è più vistoso, non ha determinato un aumento della felicità nella popolazione, ma anzi una diminuzione. Il dato in effetti è supportato da stime ancor più incontrovertibili che riguardano la salute dei cittadini americani.
Sono aumentati in maniera vistosa i casi di depressione rispetto a un secolo fa, dovuti  all’aumento delle ore di lavoro e dei ritmi quotidiani, che si traduce in minor tempo libero e in una progressiva carenza relazionale.

Alla domanda  perché nel corso degli anni aumentando il benessere materiale non è aumentata la felicità delle persone il prof  Chater dà anche un’altra risposta.

Viste le premesse sulla relatività delle percezioni e delle scelte umane, potrebbe essere che in realtà non siano gli oggetti materiali  in sé a darci un senso di felicità, ma quegli oggetti che contano, sempre in termini relativi. Quello che ci darebbe veramente felicità nell’avere la macchina nuova non sarebbe tanto la sua bellezza o le sue caratteristiche di potenza e velocità, quanto metterla a paragone con quelle possedute dalle persone a cui ci relazioniamo, o da quelle possedute in passato.

Paradossalmente, il miglioramento delle condizioni di benessere di un’intera nazione non produce gli effetti sperati. Se tutti progressivamente abbiamo delle automobili più belle e più veloci, o delle case più belle e più pulite, noi non percepiamo felicità, ci sembra di essere come prima.

Il paradosso mette a dura prova l’azione dei governi, il cui scopo in massima parte è di ottimizzare le condizioni della popolazione, aumentando lo stato generale di benessere ( e quindi si suppone di felicità).

Anche la percezione di felicità è relativa. Supponiamo di avere due isole e che gli abitanti di ognuna di esse non siano a conoscenza dell’esistenza dell’altra. In un’isola ci sono buone scuole, buoni ospedali, ognuno ha un certo grado di beni materiali. Nell’altra isola le persone sono povere e le condizioni di vita molto più precarie.

Da quanto risulta, per il paradosso di Easterlin, è molto probabile che gli abitanti di ciascuna isola percepiscano lo stesso grado di benessere.  Supponiamo invece che gli abitanti di ciascuna isola vengano a  conoscenza dell’esistenza degli abitanti dell’altra isola e delle loro condizioni di vita. Gli abitanti dell’isola più ricca si sentiranno più fortunati  rispetto agli abitanti dell’isola più povera, e quest’ultimi  desidereranno vivere nell’isola più ricca. Se chiediamo alle stesse persone quanto sono felici da 1 a 10, prima di far conoscere loro l’altra isola, gli abitanti di tutte’e due le isole rispondono nello stesso modo, per cui tutti sembrano avere lo stesso grado di felicità. Ma  non appena a conoscenza gli uni degli altri tutti vogliono vivere sull’isola più ricca.

Questo paradosso si può spiegare anche per la relatività della mente.  Non si può definire direttamente l’effetto della ricchezza materiale sul benessere, ma forse può essere definito solo l’effetto della ricchezza materiale sulla percezione del benessere. La considerazione del benessere e della felicità è relativa a quello con cui ci si mette in paragone. Se non conosco l’esistenza dell’isola più ricca, nel definire il mio grado di felicità mi paragono ai più felici della mia isola. Non appena conosco l’isola più felice mi paragono agli abitanti di quella.

La felicità esiste, o esiste solo la percezione di essa tra l’altro assolutamente relativa? Esiste la felicità in sé a parte il pensiero di essere felici?

Economicamente il paradosso di Easterlin ha messo in crisi l’impostazione mondiale dei mercati indirizzati alla crescita misurata sulla base del PNL/PIL e ha portato economisti e psicologi ad interrogarsi più approfonditamente su che cosa intendono le persone per “felicità”, che cosa veramente le rende “felici”.

Se, infatti, raggiungere il benessere economico non garantisce una vita felice, il paradosso di Easterlin induce a riflettere su quali obiettivi, quale stile di vita è meglio perseguire e quali sono le prospettive di benessere sociale per una società che intenda mettere la persona e i suoi bisogni al centro di ogni decisione pubblica. Paradossalmente, se la povertà certamente non porta alla felicità, lo stesso si può dire della ricchezza. Ne sono la prova l’aumento delle emergenze sociali, degli squilibri sociali e della degradazione della qualità della vita nella società occidentale. Il modello economico fin qui perseguito ha dimostrato la sua fragilità.

Alexia Meli

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