Dethlefsen e Dahlke: Malattia e destino

Malattia e destino – L’aspetto metafisico della malattia di Thorwald Dethlefsen e Rudiger Dahlke

Anni fa quando per la prima volta lessi Malattia e destino non lo avevo capito. Mi sembrava troppo fantasioso e forzato. Quando qualche mese fa l’ho riavuto tra le mani ho capito la genialità degli autori e come, con parole semplici, fossero riusciti a spiegarmi anni di studi.

 

Il corpo quale piano di espressione della coscienza

Dethlefsen e Dahlke sono convinti che qualunque cosa avvenga nel corpo di un essere vivente, è espressione di un’informazione corrispondente, ovvero condensazione di un’immagine corrispondente, di un’idea.

Quando il polso e il cuore seguono un determinato ritmo, la temperatura corporea mantiene un certo calore, le ghiandole secernono ormoni o vengono formati antigeni, queste funzioni non prendono le mosse dalla materia, ma dipendono tutte da una corrispondente informazione, che a sua volta muove dalla coscienza.

salute e malattia

Quando le varie funzioni del corpo interagiscono in un determinato modo, si crea un modello che noi sentiamo armonico e che perciò chiamiamo salute. Se una funzione esce dai binari, mette più o meno in pericolo tutta l’armonia e allora parliamo di malattia.

Malattia significa dunque mancanza dell’armonia. Un ordine che fino a questo momento era stato in equilibrio viene messo in discussione.

Il turbamento dell’armonia avviene però nella coscienza sul piano dell’informazione e si limita a mostrarsi nel corpo.

Il corpo materiale è il palcoscenico sul quale si esprimono le immagini della coscienza. Quindi se una persona nella sua coscienza viene a mancare di equilibrio, questa situazione diviene visibile e sperimentabile nel corpo.

Di conseguenza sarebbe fuorviante affermare che il corpo è ammalato. Solo l’uomo può essere ammalato.  Questo male si rivela nel corpo sotto forma di sintomo. Come un corpo senza coscienza non può vivere, allo stesso modo senza coscienza non può ammalarsi.

Il sintomo come segnale

Il sintomo è un segnale che calamita attenzione, interesse ed energia e mette quindi in discussione tutta la normale esistenza. Un sintomo esige da noi osservazione, anche contro la nostra volontà. Questa interruzione, che sembra venire dall’esterno, noi la percepiamo come un disturbo e in genere abbiamo soltanto lo scopo di farlo sparire. L’uomo non vuole avere disturbi, e per questo comincia la lotta contro il sintomo. Anche la lotta richiede attenzione e dedizione, e almeno così il sintomo riesce ad avere la nostra attenzione.

Il sintomo non deve essere represso, ma reso superfluo. Per renderlo superfluo bisogna però distogliere lo sguardo dal sintomo stesso e concentrare l’attenzione più in profondità. Si deve capire quello che il sintomo vuole indicare.

Esso segnala che noi siamo malati come uomini, come esseri spirituali, cioè siamo finiti fuori dall’equilibrio delle nostre forze interiori. Ci informa che qualcosa ci manca, che qualcosa non va.

differenza tra malattia e sintomo

Una volta che l’uomo ha capito la differenza tra malattia e sintomo, cambia di colpo il suo atteggiamento e il suo rapporto con la malattia.

Non considera più il sintomo il suo maggior nemico, né si pone lo scopo di combatterlo e distruggerlo; al contrario scopre nel sintomo un compagno, che può aiutarlo a scoprire cosa gli manca e a superare la malattia vera e propria.

La malattia serve per farci guarire

La malattia ha soltanto un fine: farci guarire.

Il sintomo può dirci che cosa ci manca per guarire, il che però presuppone che noi capiamo il linguaggio dei sintomi.

La guarigione nasce soltanto da una malattia trasmutata e mai da un sintomo vinto, perché la guarigione presuppone che l’uomo diventi più sano, cioè più integro, più perfetto.

Guarigione significa avvicinamento alla salvezza, all’integrità della coscienza. La guarigione avviene attraverso l’annessione di ciò che manca e non è quindi possibile senza una dilatazione di coscienza.

Malattia e guarigione sono concetti paralleli che si riferiscono soltanto alla coscienza e non sono riferibili al corpo. Un corpo può essere sano o ammalato. In lui possono riflettersi soltanto i corrispondenti stati di coscienza.

La malattia quindi non è un disturbo casuale ma la strada sulla quale l’uomo può incamminarsi verso la salvezza.

Quanto più consapevolmente consideriamo la strada, tanto meglio potremo raggiungere la meta. Il nostro scopo non è combattere la malattia, ma utilizzarla.

La malattia rende sinceri

Le malattie possono essere considerate di volta in volta da due diversi punti di vista.

In primo luogo ci rendono sinceri e ci rivelano quello che finora non abbiamo voluto accettare.

In secondo luogo ogni malattia ha un significato e un compito da svolgere.

L’accettazione del messaggio della malattia  può condurci al secondo livello e trasformare un’esperienza dolorosa in un rituale che rende possibile la crescita.

L’ombra

Questo concetto formulato da C.G. Jung è fondamentale per capire l’origine della malattia.

Cos’è l’Ombra? Tutto ciò che non è Io. Per capire questo dobbiamo partire dal presupposto che l’essere umano come tutti gli esseri è un essere spirituale immerso nella creazione e non separato da essa.

Le identificazioni

Solo l’attività mentale dell’uomo lo fa identificare con delle rappresentazioni interne e con degli stati.

Gli autori lo spiegano molto bene:

“L’uomo dice ” Io ” e con questo termine intende un’infinità di diverse identificazioni: ” Io sono un essere di sesso maschile, di nazionalità tedesca, padre di famiglia, insegnante. Sono attivo, dinamico, tollerante, bravo, amante degli animali, amante della pace, bevo il tè, ho per hobby la cucina, ecc. “.

Queste identificazioni sono state a un certo momento precedute da scelte: una possibilità è stata preferita ad un’altra, un polo è stato integrato nell’identificazione mentre l’altro è stato escluso.

Così l’identificazione: ” Io sono attivo e bravo ” esclude automaticamente: ” Io sono passivo e pigro “. Da un’identificazione deriva per lo più molto rapidamente anche una valutazione: ” Bisogna essere attivi e bravi – non è bene essere passivi e pigri “. Indipendentemente dal fatto che una simile valutazione possa essere sostenuta da argomentazioni e teorie, si tratta in ogni caso di un punto di vista soggettivamente convincente.”

Anche se non giudica male l’opposto, l’uomo fa comunque una scelta valutativa. Sceglie quello che gli sembra migliore. L’uomo quindi sceglie come vuole che sia il suo Io, e il suo Io gli piace. Ritiene che le sue scelte siano le migliori. Ma le valutazioni naturalmente sono assolutamente soggettive.

Un polo esclude l’altro

Ogni identificazione che si basa su una decisione esclude un polo. Però tutto ciò che noi non vogliamo essere, che non vogliamo ritrovare in noi, che non vogliamo vivere, che non vogliamo che entri a far parte della nostra identificazione, costituisce il nostro lato d’ombra.

Il rifiuto della metà di tutte le possibilità non fa certamente si che queste spariscano, ma le bandisce semplicemente dall’identificazione dell’Io. Il ” no ” ha eliminato dalla nostra visuale un polo, ma non lo ha fatto sparire. Il polo rifiutato continua infatti a vivere ininterrottamente nell’ombra della nostra coscienza.

L’ombra è il pericolo più grande

Il rifiuto di confrontarsi con una parte della realtà e di viverla non porta affatto al successo sperato di eliminare ciò che non ci piace. Al contrario, le realtà rifiutate costringono l’uomo ad occuparsi di loro in maniera particolarmente intensa.

L’ombra fa si che tutte le intenzioni e gli sforzi dell’uomo si trasformino alla fine nel loro opposto. Tutte le manifestazioni che derivano dall’ombra vengono dall’uomo proiettate su un anonimo male che gli proviene dal mondo esterno.

Tutto quello di esterno che l’uomo non vuole e non desidera deriva dalla sua propria ombra, che è la somma di ciò che egli non vuole avere.

L’Io crea la realtà esterna

Proiezione dell’ombra significa che noi con una metà dei principi, quelli che non ci piacciono, creiamo il fuori in quanto non vogliamo accettarli come dentro.

L’Io è responsabile della sua stessa limitazione. L’Io crea un Tu, che viene vissuto come fuori.

Visto però che l’ombra è costituita da tutti quei principi che l’Io non ha voluto integrare, in ultima analisi ombra e realtà esterna sono la stessa cosa. Noi sperimentiamo la nostra ombra sempre come realtà esterna.

Si capisce allora che il lavoro per tenere al di fuori della coscienza quella parte di Sé con cui l’Io non si identifica diventa un’occupazione a tempo pieno perché l’uomo combatte continuamente l’Ombra all’esterno di sé.

Il paradosso più grande è che l’uomo si dedica soprattutto a ciò che non vuole essere.

Il mondo esterno è uno specchio

Una persona viene disturbata soltanto da quei principi esterni a lui che non è in grado di integrare dentro di sé. In realtà non esiste un mondo circostante che ci influenza o ci fa ammalare. Il mondo circostante si comporta come uno specchio nel quale noi vediamo sempre e soltanto noi stessi, per l’esattezza anche e soprattutto la nostra ombra.

Gli autori lo spiegano in maniera semplice ma efficacissima. “Come guardando il nostro corpo fisico riusciamo a vederne soltanto una piccola parte, e non siamo affatto capaci di vederne vari aspetti (colore degli occhi, viso, spalle, ecc.) se non con l’aiuto di uno specchio, allo stesso modo per quello che riguarda la nostra psiche siamo parzialmente ciechi e possiamo riconoscere la parte a noi invisibile (ombra) solo tramite la proiezione e il riflesso del cosiddetto mondo esterno o mondo circostante.”

La vera Conoscenza però è riservata a chi specchiandosi si riconosce nello specchio. Chi, guardandosi allo specchio, pensa di non vedere se stesso continua a vivere nell’illusione metafisica.

Bisogna prima svegliarsi per poterci render conto dell’illusione.

Perchè l’ombra ci rende malati?

L’ombra ci fa paura perché l’Io l’ha escluso, eppure l’Ombra contiene tutto ciò di cui abbiamo bisogno  per sanarci. L’ombra ci rende malati in quanto ci manca la sua presenza per poter essere interamente sani.

L’ombra rende malati ma l’incontro con l’ombra rende sani! Questa è la chiave per comprendere malattia e guarigione.

Un sintomo è sempre una parte di ombra precipitato nella materia. Nel sintomo si manifesta ciò che manca all’uomo. Nel sintomo l’uomo vive ciò che non voleva vivere nella coscienza. Il sintomo rende l’uomo nuovamente integro attraverso il giro vizioso che passa attraverso il corpo fisico.

È il principio di complementarità che fa si che la globalità in ultima analisi non vada perduta. Se una persona rifiuta di vivere un principio nella propria coscienza, questo principio precipita nel corpo e si manifesta come sintomo. Questo induce la persona a vivere e a realizzare il principio rifiutato.

In questo modo il sintomo guarisce la persona – è il sostituto fisico di ciò che manca all’anima.

La medicina esoterica

Thorwald Dethlefsen può essere condiderato un psicologo e medico esoterico. Che significa esoterico? La parola viene dal greco e significa dentro o interiore. Ognuno di noi ha una profondità interiore dove regna l’Amore puro. La parola medicina viene dal latino e significa arte di guarire.

La medicina esoterica cerca di guarire una persona riconnettendola con la sua essenza più profonda, il suo Sé. La vera intelligenza non è quella della mente, ma quella del cuore che ci fa fare scelte basate sull’amore, sulla cura di noi stessi e degli altri.

Un campo tutto da sviluppare, ma come dice una mia amica ogni malattia e ogni disastro ci insegnano che dobbiamo imparare ad amare veramente.

 

 

 

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